Il respiro del Tagliamento: il racconto di un fiume vivo tra uomo e natura
Intervista con Roberto Pizzutti autore del docufilm “Restituire spazio ai fiumi”
di Vittoria Agostinis
Redazione

Un viaggio lungo il Tagliamento, tra immagini spettacolari e riflessioni scientifiche, per scoprire uno degli ultimi fiumi alpini ancora naturali.
Il documentario racconta la sua bellezza, i rischi che corre e la necessità di ristabilire un equilibrio tra intervento umano e ambiente, coinvolgendo soprattutto le nuove generazioni nella sua tutela.
Il tuo documentario racconta il fiume Tagliamento come un organismo vivo. Quando è nato il tuo interesse per questo fiume e cosa ti ha spinto a trasformarlo in un film?
La passione per il Tagliamento risale già a vari decenni fa perché è impossibile non incrociarlo nella propria vita, quando si va verso Pordenone, Spilimbergo, lo si incrocia e quindi viene la curiosità; da tanti anni vado in esplorazione lungo il Tagliamento in vari punti soprattutto del medio corso.
Dopodiché la motivazione del film è stata che il Tagliamento sta correndo un grave pericolo che non è ancora superato, pericolo che deriva da una grande opera che vorrebbero costruire nel corso intermedio fra Spilimbergo e Dignano, una specie di diga, e quindi ho ritenuto necessario fare un intervento di formazione, di informazione, quanto più esteso possibile e questo mi ha spinto.
Erano almeno due anni che volevo fare un film sui fiumi e adesso quindi è partita l’idea del Tagliamento, ma il film riguarda in effetti anche altri corsi d’acqua, ci sono immagini del Torre, del Meduna, del Piave.
I concetti sono espressi in maniera generale e riguardano tutti i corsi d’acqua, restituire spazio ai fiumi è un’esigenza di tutti i fiumi al giorno d’oggi.
Nel film c’è equilibrio tra rigore scientifico e immagini molto evocative quanto è stato difficile rendere accessibili temi così complessi?
Non è detto che ci sia riuscito a rendere accessibile, per molti sì dovrebbe essere accessibile, effettivamente per un pubblico già interessato in partenza, però a tutti passa un messaggio, la bellezza delle immagini fa prendere coscienza della bellezza del Tagliamento e della sua importanza. Dopodiché i concetti sono anche ripetuti in più occasioni e quindi dovrebbero essere chiari almeno nei concetti più importanti.
Alcune cose mi ricordano un po’ la poesia dell’ermetismo, certe cose ci si deve fermare per poterle capire, però nel complesso l’essenziale dovrebbe essere chiaro.
Il Tagliamento viene spesso definito “il re dei fiumi alpini”, cosa lo rende così speciale?
Questo riguarda soprattutto la sua parte centrale, però si può fare riferimento anche alla parte più meridionale dopo Varmo, ma anche sopra Venzone; in alto il fiume ha subito più manomissioni e quindi non è proprio un re, è un po’ in crisi il re nelle parti estreme, nella parte centrale invece lo è.
Principalmente è famoso più per la sua geomorfologia, quindi canali intrecciati, quindi questo grande letto con tanti rami che appunto si incrociano e che cambiano a ogni piena quindi è una cosa che è assolutamente rara nella maggior parte dei fiumi, sono rari i fiumi che abbiano queste caratteristiche, nella maggior parte proprio non ci sono, i fiumi sono stati generalmente canalizzati, pensate per esempio all’Adige che fra un argine e l’altro misura pochissimi metri, saranno una trentina se va bene, e questo comporta la perdita di tutto il mosaico naturale che il Tagliamento invece conserva e nel mosaico escono i vari habitat e negli habitat ci sono le varie specie, per cui un famoso ricercatore che si chiama Klement Tockner aveva evidenziato con i suoi studi, che il numero di specie è molto più elevato nelle zone del Tagliamento rispetto ai territori attorno per decine di chilometri, perché tutto purtroppo è stato distrutto con l’agricoltura, con l’edificazione, le strade, eccetera.
Nel documentario eviti la retorica dell’emergenza ambientale e scegli uno sguardo più umano, è stata una scelta precisa?
Non saprei se questa cosa è venuta spontaneamente, probabilmente è così, avrei potuto essere più enfatico e meno tecnico.
Ho privilegiato un punto di vista scientifico che si basa però sui ricercatori che hanno lavorato lungo il Tagliamento per anni, e volevo anche richiamare all’esigenza di tenere conto di tutti gli aspetti e non
solo di una parte.

Le riprese aeree mostrano molto bene la struttura a rami intrecciati del fiume, quanto è stato importante il linguaggio visivo per far capire al pubblico come funziona un fiume naturale?
Sicuramente le immagini sono il pezzo forte del film, sono state girate con uno strumento non alla portata di tutti, ma comunque un prodotto base, il mio drone per le riprese non è una cosa particolarmente sofisticata.
In tanti anni di viaggi, scoperte, esplorazioni, ogni viaggio lungo il Tagliamento, ma anche lungo il Torre, il Meduna, e altri, ho fatto riprese che ho archiviato come localizzazione e come argomento, quindi dopo aver scritto il testo ho avuto modo di ritrovare quello che mi serviva per esporre i concetti, ho avuto modo di riuscire a rappresentare le cose.
Però il drone è solo una parte, poi ci sono le immagini a terra che riguardano soprattutto situazioni di prati stabili e delle specie vegetali e animali dei prati stabili che ci sono lungo il Tagliamento.
Per qualcuno il Tagliamento è solo la ghiaia, invece c’è da considerare che il Tagliamento è tutta quella zona che viene occupata dalle acque con le piene e quindi proprio nella zona di Spilimbergo scendendo fino a Codroipo, poi anche più giù, è una zona molto estesa quella attorno al letto di ghiaia, sono delle zone inondabili che sono ricche di formazioni vegetali e che sono quasi esclusive dei corsi d’acqua e quelle le ho rappresentate sia con i voli col drone che con riprese a terra.
Nel film l’uomo non è visto come un nemico della natura ma come parte di un dialogo con il fiume, qual è secondo te l’errore più comune che si fa rispetto alla gestione dei fiumi?
L’uomo deve comandare dappertutto e deve arrivare a coltivare fino all’ultimo centimetro prima della scarpata, adesso sto guardando il torrente Cormor, al bordo di questo torrente nella zona tra Pagnacco e Udine e vedo le arature a ridosso, quindi l’uomo effettivamente è molto invadente. Io cerco di comunicare l’esigenza del dialogo ma non è facile, sicuramente non lo è per la maggior parte dei consiglieri comunali o regionali, spesso il dialogo non esiste, è solo un tanto di “green washing” si dice, ma invece ci vuole il confronto. Questo riguarda l’esigenza di parlare fra le varie comunità, quelle del medio, dell’alto e del basso corso, ognuno ha esigenze diverse e purtroppo un po’ per la distanza, un po’ per la divergenza d’idee, non è che ci sia tanto dialogo fra queste comunità e questo invece è un richiamo che il film fa.
C’è stato un momento durante le riprese che ricordi con particolare piacere?
Non saprei dirti, c’è una scena in cui fra la confluenza del Fella con il Tagliamento ho percorso una stradina che in quel momento era un po’ danneggiata da dei lavori in corso, però nonostante tutto mi ha permesso di andare avanti con il drone e ho scoperto una risorgenza d’acqua che fuoriusciva dal versante, che poi veniva anche incrementata per scopi turistici, però complessivamente c’era questa bella risorgenza di acqua pulita che finiva nel Tagliamento, che non era più in piena ma comunque aveva l’acqua molto torbida ed ecco che a quel punto c’era la confluenza di quest’acqua molto pulita della risorgiva con l’acqua torbida del Tagliamento.
E’ una scena che ho riportato anche nel film e credo che sia molto affascinante, insomma una scoperta che magari lì non mi aspettavo, quello è stato un momento molto interessante.
Il documentario parla anche di rischio idraulico e di alternative alle soluzioni puramente ingegneristiche.
Quali sono le strategie più interessanti per convivere con i fiumi oggi?
La strategia è restituire spazio al fiume, certo non vuol dire risolvere tutti i problemi in questo modo ma intanto il fatto di avere ristretto il corso d’acqua e quindi aver limitato la portata che vi può transitare vuol dire aver creato problemi magari non nella zona dove hai fatto l’opera ma sicuramente più a valle, tanto è vero che nei tempi passati c’erano comunque delle alluvioni che interessavano la piana di Osoppo per esempio o le zone basse di Gemona, però lì poi si sono costruiti degli argini e quindi l’acqua non si è più diffusa lungo queste aree e ecco che a valle è aumentato il pericolo. Il problema si evidenziava a valle, non ancora a Latisana, ma a valle delle prime opere ed ecco che bisognava farne di ulteriori più a valle, fino a che tutto il corso è stato arginato. Per fortuna il corso intermedio per vari motivi è rimasto largo, quindi eccolo “il re dei fiumi alpini”. Ma l’arginatura ha comportato un forte cambiamento e quindi la soluzione è allontanare gli argini e trovare altre soluzioni al problema della incisione degli alvei che è conseguita alla forte estrazione di inerti che appunto ha causato l’abbassamento dell’alveo, il restringimento dell’alveo e quindi questo come uno scivolo, come una pista da bob, porta l’acqua a correre velocemente verso i tratti successivi con possibilità di esondazione più facile.
Quindi la prima cosa è trovare la giusta larghezza, il giusto spazio fra gli argini principali, ma altre soluzioni sono fare delle parti mobili in alcuni tratti degli argini longitudinali e questo permette di allagare delle zone esterne all’alveo come succedeva una volta, ma delle zone che con dell’acqua non hanno conseguenze gravi perché prevalentemente le esondazioni potrebbero avvenire a novembre quando non c’è la coltivazione. Quindi una volta ogni 40-50 anni un allagamento di certe zone agricole non è un problema.
Dopodiché ci sono altre soluzioni come per esempio dei canali scolmatori, in un tratto di argine si fa un’apertura mobile, che si può tenere chiusa ma che si apre in occasioni più forti in modo da fare uscire una parte di acqua anche lì direttamente verso la laguna o il mare e questo è uno sfogo che permette di ridurre la quantità di acqua che passa fra Latisana e San Michele e quindi riducendo in questo modo la pericolosità.
Mi pare di aver detto tutto, la soluzione che si adotta, e che è un grande problema, è la traversa, fare una diga di traverso è una soluzione molto impattante perché cambia tante situazioni rendendo il Tagliamento un ambiente monotono e fermando anche il trasporto solido che è fondamentale anche per la stabilità delle aree marginali dei fiumi.
Che tipo di reazione speri di suscitare nei giovani che guarderanno questo documentario?
La mia speranza è che anche loro si appassionino del fiume in generale e che mi aspetto più facilmente, poi però mi farebbe molto piacere che si sviluppasse anche una sensibilità, per non essere semplici spettatori ma essere degli attivisti, diventare delle persone che curano l’ambiente sotto vari punti di vista sia nella difesa a parole, diciamo, ossia partecipare a comitati e agire con metodi democratici così per fermare le opere inutili, l’altro modo di essere attivi è quello di partecipare con il proprio impegno.
Questo riguarda l’altro film che ho fatto, il primo, che si chiama “Incanto d’erba… e urgenza”, dove l’attivismo si è per fortuna realizzato e quindi adesso abbiamo imparato a gestire dei prati che abbiamo preso in affitto o in concessione demaniale dalla
Regione e quindi situazioni che erano ormai a rischio di scomparsa per l’invasione di specie aliene infestanti, adesso sono ritornati degli ottimi prati. I giovani sono in numero minore rispetto alla popolazione in generale rispetto a quanti ce n’erano in percentuale ai miei tempi, alla mia gioventù, però effettivamente li vedo poco presenti, ci sono i trentenni, qualcuno, qualche volta ventenni, però in genere gente con i capelli bianchi purtroppo, spero che anche il vostro contributo possa sollecitare un po’ più di attenzione.

Invece se tra cento anni qualcuno rivedesse questo documentario per capire com’era il Tagliamento oggi, cosa speri che trovi ancora uguale?
Sicuramente non vorrei che siano state realizzate delle opere impattanti, quella è la mia speranza e che invece si sia messa in pratica quello che è anche una decisione europea che ha fatto un regolamento ben specifico che parla della rinaturalizzazione della natura e anche per i fiumi prevede 25 mila chilometri di corsi d’acqua senza traverse, con gli argini a distanza in modo da dar vita come era una volta a questi corsi d’acqua.
Il Tagliamento vorrei che non peggiori, ma ha ampi spazi di miglioramento e quindi spero che si arrivi a fare anche quello, che si riescano a gestire le superfici abbandonate di prato e che si riesca a rinverdire, come si può dire, riqualificare dei seminativi convertendoli a prato, anche quelli in quelle zone così aride con la ghiaia a pochi centimetri sotto la superficie, che lì se coltivi facendo seminativo inquini quindi le falde perché il fertilizzante che usi non viene trattenuto e quindi ci vogliono più prati in questa zona.
Io spero che queste siano delle evoluzioni che dipenderanno da tante cose come per esempio la permanenza dell’allevamento di bestiame bovino, caprino o ovino e quindi ci sia un consumatore di fieno, altrimenti resta un prodotto inutilizzato e non va bene perché comunque ci sono grossi allevamenti di bovini ma mangiano quello che dovremmo mangiare noi, cioè i concentrati, gli sfarinati, la soia, il mais, il frumento, invece questi ruminanti dovrebbero mangiare erba, dovrebbero mangiare fieno.
Qual è la cosa più sbagliata che si dice sul Tagliamento?
Non saprei che cosa si dica di negativo, salvo volerlo maltrattare per far vedere che non è importante, purtroppo nelle parti più soggette a rischio di alluvione si dice che il Tagliamento non è importante, è molto banale, è stato già degradato tantissimo e quindi non è “il re dei fiumi alpini”, ecco, queste cose vengono dette però solo da chi ha un secondo fine, quelle spero che finiscano di esistere e in effetti sono state smentite in più occasioni. Per fortuna gli scienziati confermano l’importanza del Tagliamento.
Se potessi far vedere una scena del tuo film a un politico che decide sul futuro dei fiumi, quale sceglieresti?
La parte iniziale comincia già con le riprese della zona tra Spilimbergo e Pinzano e lì oltre ai tratti ghiaiosi ci sono tantissime situazioni differenti che derivano dalla variabilità del corso nel tempo per le piene e quindi ecco che ci sono delle zone più o meno rinverdite, certe zone sono rimaste ghiaia pure, certe zone sono a magredo molto primitivo, altre a magredo un po’ più evoluto e anche boscaglia, ecco, in questa zona tra Pinzano e Spilimbergo si rileva la maggior importanza di questo corso d’acqua che appunto non è solo il greto nudo, ma tutto il complesso che viene creato dalla sua presenza, dalle sue alluvioni ricorrenti, dalla sua forza e dalla ricchezza di sedimenti, la ricchezza di sedimenti è l’elemento che determina questo corso a rami intrecciati.
Dopo tanti anni di estrazioni di inerti, la quantità si è ridotta per motivi economici, non c’è più tanta richiesta come una volta e quindi si è ricreato un certo equilibrio del fiume e questo permette appunto la presenza di rami intrecciati e di questo vasto letto. Questo è quello che vorrei far vedere perché l’importante è che sappiano di cosa si parla e perché è importante.
Dopo aver raccontato questo fiume per così tanto tempo, ti senti più ottimista o più preoccupato per il futuro dei fiumi europei?
Il film mi ha fatto vedere che c’è tanto interesse perché tante persone hanno partecipato ai vari incontri, ormai una decina di proiezioni ma ce ne sono in calendario un’altra ventina.
Spero di fare il bis del film “Incanto D’erba” con oltre 120 proiezioni e questo mi lascia positivamente ottimista, però non basta.
Un certo ottimismo mi deriva anche da un incontro che c’è stato due giorni fa in Consiglio regionale in cui è stato invitato un famoso e importante idrologo, ingegnere che si occupa di corsi d’acqua e anche lui che veniva definito come”l’esperto degli esperti” e quello che dirà l’esperto degli esperti, la Regione seguirà, la Regione che vuole fare la traversa.
E c’è da essere ottimisti per quello che ha detto questo famoso luminare perché ha detto che bisogna salvaguardare, è molto importante salvaguardare il capitale naturale che è il Tagliamento, questo è un modo di dire un po’ economicista, però ha messo in evidenza che non si può danneggiarlo, che bisogna ridurre al massimo l’impatto, cercando soluzioni che preservino le caratteristiche naturali, quindi interventi fuori alveo, non traverse, e in pratica ha dato ragione a noi ambientalisti, anche a me che ho fatto questo film.
Ti ringraziamo per la disponibilità e ti facciamo un’ultimissima domanda. Dove si può vedere il tuo film?
Prossimamente ci saranno proiezioni, soprattutto nella pianura friulana, perché io ho fatto con il primo film molta divulgazione e adesso mi arrivano varie richieste.
C’è un calendario che si può individuare su “Noi Siamo Tagliamento”, è una pagina Facebook che rimanda a un link che riporta le proiezioni, le date, le sedi e anche la mappa.
Per voi che siete a Tolmezzo non abbiamo ancora definito la data, al Cinema David.
Però ci potrebbero essere anche altre proiezioni. Io vado volentieri, mi bastano una decina di persone che stiano ad ascoltare. Per “Incanto d’erba” ho fatto oltre seimila chilometri, sono stati utili, però mi piacerebbe avere tanta gente a seguire queste serate.
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Roberto Pizzutti è un documentarista, ambientalista e tecnico forestale friulano, attivo soprattutto nella divulgazione scientifica e nella tutela del territorio naturale regionale.
La sua attività si concentra in particolare sui temi ambientali, con un approccio che unisce rigore scientifico e sensibilità narrativa.
Ha realizzato documentari dedicati agli ecosistemi friulani, tra cui “Incanto d’erba… e urgenza” (2023), incentrato sui prati stabili e sulla biodiversità locale.
Nel 2026 ha firmato il docufilm “Restituire spazio ai fiumi”, dedicato al fiume Tagliamento.
La sua opera mira a sensibilizzare il pubblico sulla tutela degli ecosistemi fluviali e sul rapporto tra uomo e ambiente, combinando divulgazione scientifica e immagini di forte impatto visivo.
Parallelamente all’attività cinematografica, Pizzutti è impegnato da anni in ambito ambientalista e in iniziative di sensibilizzazione e studio sul territorio friulano, in particolare sui fiumi e sulla biodiversità.
A questo link potete vedere una galleria dell’opera di ROberto.
Fonti
RaiNews
friulioggi.it
Vita.it
Link utili
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