Un punto di riferimento culturale
Dal 2016 il Cinema David di Tolmezzo è gestito da una rete di volontari che ha costruito un modello sostenibile di sala della comunità: programmazione di qualità, inclusione sociale, eventi culturali e una forte identità territoriale. Un esempio concreto di come il cinema possa diventare presidio culturale e spazio di relazioni.
di Nikolai Cacitti

Foto di Nikolai Cacitti e Petra Teon
C’è un cinema che non è solo un luogo dove si proiettano film, ma uno spazio di incontro, accoglienza e costruzione di legami sociali. È la storia del Cinema David di Tolmezzo, rinato nel 2016 dalla trasformazione di una sala parrocchiale in un vero e proprio presidio culturale e umano, gestito interamente da volontari.
L’idea nasce dal desiderio di non lasciare chiuso uno spazio bello e prezioso per la comunità. Attraverso contatti con realtà che gestiscono le sale della comunità nel Centro Nord, riunite nel circuito AceC, prende forma un progetto ambizioso: affidare la gestione del cinema a cittadini, famiglie e volontari, creando un modello partecipato e sostenibile.
All’inizio non è stato facile: organizzazione, formazione, gestione tecnica, pulizie, accoglienza, manutenzione. Tutto è stato costruito passo dopo passo. Oggi il Cinema David di Tolmezzo è sostenuto da circa 40 volontari e da un gruppo direttivo che coordina programmazione, comunicazione, proiezioni, gestione economica e rapporti con il territorio.
Un cinema che accoglie
Uno degli elementi centrali è l’accoglienza: non solo biglietti e proiezioni, ma sorrisi, parole, relazioni. C’è chi arriva da altri comuni, chi viene da fuori regione e perfino dall’estero, e trova un luogo familiare. Gli spettatori diventano volti conosciuti, abitudini condivise, una vera comunità.
Nel tempo il cinema è diventato anche uno spazio di inclusione: giovani, studenti, famiglie, anziani, nuovi arrivati sul territorio. Durante gli anni sono stati coinvolti ragazzi delle scuole, volontari stranieri, studenti in percorsi formativi, creando un intreccio di esperienze umane prima ancora che culturali.
La scelta dei film: qualità prima di tutto
La programmazione non segue logiche commerciali, ma culturali. Un gruppo di lavoro analizza trailer, recensioni e proposte, scegliendo film capaci di lasciare qualcosa: opere di qualità, film d’autore, documentari, cinema sociale, evitando produzioni puramente commerciali o basate sulla spettacolarizzazione della violenza.
Anche quando il mercato si è spostato sulle piattaforme, come con Netflix, la sala ha mantenuto la propria identità, puntando su un’offerta cinematografica coerente e riconoscibile.


Foto di Nikolai Cacitti e Petra Teon
Eventi, territorio e cultura
Il cinema è anche contenitore di eventi: incontri con registi, documentari legati al territorio, iniziative sociali, progetti con scuole e associazioni, proiezioni tematiche. Il venerdì è diventato uno spazio “jolly” per sperimentare nuove proposte culturali e sociali, trasformando la sala in un vero centro civico.
Una sala d’eccellenza
Dal punto di vista tecnico, la qualità è uno dei fiori all’occhiello. Grazie anche ai consigli del direttore della fotografia Dante Spinotti, la sala è stata curata in modo professionale, con un impianto audio e uno schermo che hanno impressionato favorevolmente registi e professionisti del settore, tra i quali anche Antonio Padovan, tutti rimasti colpiti dalla qualità dello spazio.
Una comunità che resiste
Il periodo del Covid ha segnato una battuta d’arresto, ma anche un cambio di passo: meno frenesia, più sostenibilità, più attenzione alle persone. Oggi il Cinema David di Tolmezzo è tornato a vivere con equilibrio, mantenendo prezzi accessibili e una gestione basata sul volontariato, che rende possibile la sopravvivenza di una realtà che altrimenti sarebbe difficile sostenere economicamente.
In un tempo in cui molte sale chiudono, questa esperienza dimostra che un cinema può vivere se diventa comunità. Non solo schermo e poltrone, ma relazioni, inclusione, cultura condivisa. Un luogo dove, come dicono i volontari, “c’è più cinema fuori che dentro”: perché il vero spettacolo, spesso, è quello umano.
#
