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Il dottor Paolo Agostinis, primario di medicina generale all’Ospedale di Tolmezzo, analizza le cause dell’emigrazione infermieristica: stipendi bassi, carichi di lavoro crescenti e scarsa conciliazione vita-lavoro. “Più delle retribuzioni, servono condizioni migliori e servizi concreti per trattenere i giovani”.
di Vittoria Agostinis

Riprendendo l’articolo “Infermieri in fuga, il fenomeno diventa emergenza” del Numero Zero propongo il punto di vista del dottor Paolo Agostinis, medico primario di medicina generale all’ospedale di Tolmezzo.
Negli ultimi anni hai notato un aumento degli infermieri che lasciano l’ospedale pubblico di Tolmezzo per trasferirsi all’estero o nel settore privato?
Sono stato testimone della fuga di diversi infermieri dall’ospedale di Tolmezzo, attratti dal settore privato o da opportunità all’estero.
Quali sono, secondo te, le motivazioni principali che spingono molti infermieri a cercare lavoro fuori dall’Italia o nelle strutture private?
Le motivazioni principali sono due: la ricerca di stipendi più elevati e di una migliore qualità di vita e lavorativa. In molte strutture private, infatti, non si lavora di notte né nei fine settimana o durante le festività, garantendo così più tempo da dedicare alla famiglia o la possibilità di organizzare un viaggio nel week-end. Conosco infermieri che, appena laureati, hanno scelto di trasferirsi in Svizzera senza neppure tentare di inserirsi nel sistema sanitario italiano che li aveva formati.
La carenza di personale infermieristico come si riflette sull’organizzazione e sulla qualità dell’assistenza dell’ospedale?
Per compensare la carenza di personale, la direzione è costretta a ridurre i posti letto, mantenendo comunque il rapporto di un infermiere ogni dieci pazienti. La qualità dell’assistenza non ne risente direttamente, ma l’insorgere di malattie o gravidanze tra il personale genera forti difficoltà e stress, obbligando gli infermieri in servizio a turni aggiuntivi e continui richiami nei giorni di riposo. Lavorare di notte è già pesante; essere richiamati costantemente impedisce qualsiasi minimo progetto di vita extra-lavorativa.
Il fenomeno dell’emigrazione degli infermieri riguarda più i giovani appena laureati o anche professionisti con anni di esperienza?
Questo fenomeno riguarda soprattutto i giovani.
Quali strategie, secondo te, potrebbero riuscire a trattenere gli infermieri nel servizio sanitario pubblico della Carnia e più in generale in Italia?
Tra i fattori attrattivi vi sono stipendi più alti, la possibilità di lavorare part-time per conciliare lavoro e famiglia, e la presenza di servizi come un asilo nido interno all’ospedale. Ricordo un’esperienza a Gent, in Belgio: infermieri e medici arrivavano con i figli, li lasciavano direttamente all’asilo nido dell’ospedale e li riprendevano a fine turno. Ogni dipendente disponeva anche di un posto auto personale, numerato. Credo che conti molto anche il contesto ambientale: le opportunità offerte dalla città di Tolmezzo o dalla Carnia in generale, i servizi disponibili, le offerte culturali e per il tempo libero. Una proposta concreta per attrarre e trattenere potrebbe essere che ogni Comune della Carnia “adotti” un infermiere, offrendo alloggio gratuito. Ciò garantirebbe un vantaggio economico immediato, ma anche accoglienza e nuove opportunità di relazione e crescita.
Il divario tra stipendi pubblici e privati, o tra l’Italia e altri Paesi europei, quanto incide realmente sulla scelta degli infermieri di andarsene?
L’impatto è significativo. E d’altra parte l’Italia non è più attrattiva nei confronti degli infermieri che un tempo giungevano dai paesi dell’Est come Polonia e Romania. Gli infermieri di questi paesi preferiscono migrare verso la Germania o la Norvegia o la Svizzera oppure i Paesi Bassi dove gli stipendi sono più elevati. L’Italia è tra i paesi europei con stipendi più bassi. Il privato, rispetto al pubblico, offre maggiore flessibilità e, in libera professione, la possibilità di guadagni più elevati. Tuttavia, nel privato, il guadagno lordo non include tasse e previdenza.
Questa situazione sta creando difficoltà nel garantire alcuni servizi o reparti all’interno dell’ospedale? Quali?
La riduzione dei posti letto, dovuta alla mancanza di infermieri, comporta conseguenze rilevanti: i pazienti restano più a lungo in pronto soccorso o in OBI (osservazione breve intensiva, gestita dal PS), con ritardi nell’ingresso nei reparti e nell’avvio dei processi diagnostici e terapeutici.
Pensi che un miglioramento delle condizioni lavorative (turni, carichi di lavoro, ore lavorative) potrebbe essere più efficace dell’aumento dello stipendio nel frenare questo fenomeno?
Sì. I pazienti sono mediamente più anziani e richiedono maggiore assistenza di un tempo. L’invecchiamento della popolazione testimonia da un lato il miglioramento dei determinanti sociali di salute e la qualità complessiva della sanità italiana, tra le migliori al mondo; dall’altro porta con sé problematiche come la polimorbidità, il declino funzionale e la politerapia. Tutto ciò aumenta il carico di lavoro per operatori socio-sanitari, infermieri e medici.
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A questo link potete leggere la prima parte dell’articolo.
