Infermieri in fuga, il fenomeno diventa emergenza

Una crisi sempre più evidente 

Negli ospedali italiani grosse difficoltà a causa di infermieri che intraprendono la carriera privata o addirittura lasciano il Paese. Importanti testimonianze da parte di infermieri in pensione e medici di strutture pubbliche.

La fuga di personale infermieristico dall’Italia all’estero o da strutture pubbliche a private non è un fenomeno nuovo, soprattutto negli ultimi anni la carenza di personale è diventata una vera e propria emergenza. Sempre più infermieri si trasferiscono fuori dall’Italia o accettano posti di lavoro da privatisti, dove gli stipendi e le condizioni del lavoro risultano migliori.
Secondo il database Ocse aggiornato nel 2022, dal 2019 al 2021 ben 15 mila infermieri sono emigrati all’estero.
I dati registrano che nel 2023 l’Italia ha perso ben 6 mila professionisti, per non parlare del 2024 che sono stati 8 mila.
Nonostante dopo i 40 anni sia difficile partire e lasciare il proprio paese con magari anche una famiglia alle spalle, ben 1 su 5, valutano questa scelta.
Molti di questi però pur di non rimanere nel settore pubblico, guardano alla strada delle cliniche private. Infatti nel 2024 le dimissioni volontarie dal Servizio Sanitario Nazionale sono state oltre 20.000, ciò corrisponde a un aumento del 170% rispetto all’anno precedente.
Secondo le stime Oms, pubblicate il 17 settembre 2025 sul sito ufficiale OMS, la densità di infermieri per abitante in Italia è tra le piu basse d’Europa, circa 6.3 ogni 1000 abitanti.
Le mete più ambite non sono sicuramente sorprendenti: Spagna, Belgio, Svizzera e Germania.
La prima ragione di questa fuga è sicuramente economica. I professionisti sanitari in Italia hanno gli stipendi piu bassi di tutta Europa, si parte dai 1.400 euro al mese e con molti anni di esperienza e specializzazioni si arriva al massimo ai 2.000.
L’infermiera dell’ospedale di Tolmezzo Claudia ci dice “il lavoro dell’infermiere è basato su conoscenze specifiche, su decisioni da prendere, su lavoro che si svolge sulle 24 ore e nei giorni festivi ed è giusto che venga retribuito più di quello che è attualmente”.
Nei paesi sopra nominati invece lo stipendio medio arriva già dai primi anni ai 2.000, per non parlare della Svizzera che ci triplica arrivando a 3.300 euro netti al mese.
“Un’ altro motivo molto impattante sono i turni lavorativi”, come ci dice la nostra intervistata che sottolinea “lavorando nella sanità privata o aprendo partita IVA per lavorare nelle case di riposo, nelle carceri, permette di scegliere autonomamente le ore e i turni lavorativi”.

L’ex infermiera Claudia ci precisa inoltre “bisogna ricordarsi che il personale come manca nella struttura ospedaliera manca anche nell’assistenza domiciliare e anche questo è un grave problema”.
Vista la sua lunga carriera Claudia ci parla anche dei tempi del Covid-19 “già eravamo in pochi, anche noi un po alla volta venivamo contagiati dal virus, il metodo lavorativo a causa delle restrizioni per isolamento del Covid rendeva il lavoro più difficile, era tutto nuovo e complicato”. Sottolinea di ricordare quel periodo con un grande peso al cuore: “ è stato un periodo faticoso mentalmente e fisicamente, molti di noi venivano mandati a colmare le carenze in casa di riposo a Paluzza”.
Alle testimonianze dell’infermiera Claudia e degli operatori sanitari si aggiungono i dati allarmanti: oltre 43.000 infermieri negli ultimi quattro anni hanno scelto di non lavorare più nella sanità pubblica in Italia, una grande perdita che mette in seria difficoltà ospedali e territori.Nel 2024, come confermano i report FNOPI e Nursing Up, le dimissioni volontarie hanno superato le 20.000, uno dei numeri più alti mai registrati.
Il quadro nazionale,come ci mostrano i dati AGENAS,si presenta come un sistema sempre più fragile: nel 2023 in Italia si contano 4,64 infermieri ogni 1.000 abitanti, con un picco negativo di 3,53 in Sicilia e un massimo di 6,86 in Liguria. Tutti valori molto lontani da quelli che sono gli standard europei, lontani dalla media europea di 8,26 infermieri per 1.000 abitanti.

Anche il Friuli Venezia Giulia vive una fase di forte difficoltà. Secondo i dati ufficiali, la regione è una delle poche in Italia ad aver perso infermieri tra il 2019 e il 2023,nonostante l’aumento dei bisogni sanitari, soprattutto nelle aree più periferiche come la Carnia.
Le cause principali, evidenziate dai sindacati sono:
● turni pesanti e spesso difficili da coprire.
● ferie limitate.
● stipendi non competitivi.
● aumento dei carichi nelle aree periferiche come la Carnia.
Il caso della Carnia è significativo: territorio vasto, popolazione anziana,riduzione del personale, impossibilità di sostituire tempestivamente chi lascia. Non stupisce che durante la pandemia di Covid-19, il personale dell’ospedale di Tolmezzo sia stato più volte spostato in altre strutture per coprire carenze nelle RSA di montagna, come ricordato dalla stessa Claudia. Una situazione che ha ancor più indebolito un sistema già fragile, evidenziando la vulnerabilità sia della rete sanitaria nelle aree periferiche che del personale costretto a sacrifici e sforzi enormi per garantire i servizi essenziali.
Un’altro fattore che complica ulteriormente il quadro è l’età avanzata del personale infermieristico.Circa un terzo degli infermieri italiani ha più di 55 anni e, secondo le previsioni, circa 78.000 professionisti andranno in pensione tra il 2026 e il 2035. Una perdita massiccia che il sistema attuale non è in grado di compensare. La formazione non è sufficiente, infatti negli ultimi anni il numero di studenti che completa il percorso di infermieristica è sceso al 71%, e anche se entro il 2029 entreranno nella professione circa 73.000 nuovi infermieri, il numero è insufficiente per bilanciare dimissioni e pensionamenti.

Il problema non riguarda solamente i numeri, ma anche le competenze che sono richieste dai nuovi scenari sanitari: l’aumento della popolazione anziana, le emergenze sanitarie come le pandemie richiedono personale altamente specializzato. La mancanza di infermieri non solo rallenta le cure, ma aumenta il rischio di errori, diminuisce il tempo dedicato al paziente e aumenta lo stress lavorativo.
Le conseguenze della crisi si fanno sentire soprattutto nelle aree periferiche. Sopra abbiamo citato la Carnia dove la popolazione anziana e dispersa sul territorio deve affrontare tempi di attesa più lunghi, riduzione dei servizi ambulatoriali e carenze nelle emergenze territoriali.
Circostanze analoghe le possiamo trovare anche in molte regioni del Sud Italia, dove piccoli ospedali e distretti sanitari faticano a garantire turni completi e continuità delle cure.
L’inefficienza del sistema colpisce in particolare chi ha bisogno di assistenza costante, come anziani fragili e malati cronici, creando disuguaglianze nell’accesso alla sanità tra regioni e categorie di popolazione.
L’insieme di tutti questi fattori: passaggio al privato,fuga verso l’estero, crisi delle aree come la Carnia, e il grande numero di pensionamenti in arrivo rischia di portare il SSN verso un punto di non ritorno.
La storia di Claudia rappresenta quella di migliaia di infermieri italiani: professionisti che hanno sostenuto il sistema nei momenti più difficili, spesso senza ricevere un adeguato riconoscimento. Molti infermieri oggi si trovano in una condizione difficile: si sentono esausti, poco valorizzati e spesso ignorati nelle decisioni che riguardano il loro lavoro. 

Se non verranno introdotte riforme rapide e concrete sia sul piano economico, che su quello organizzativo e formativo, le dimissioni e il passaggio al settore privato rischia di trasformarsi da emergenza temporanea in una vera e propria crisi strutturale, destinata a modificare  profondamente il funzionamento della sanità italiana, con conseguenze evidenti sulla qualità dell’assistenza e sull’accesso ai servizi.

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