Intervista a Emilia De Monte
Abbiamo il piacere di poter intervistare la fotografa di Tolmezzo Emilia De Monte, che ha tenuto in questi anni diversi laboratori di fotografia in Carnia, anche dedicati ai ragazzi.
Ecco la sua micro autobiografia.
Dopo un passaggio di testimone (nonno e papà fotografi) il mio percorso lavorativo e di crescita emotiva ha dato i suoi frutti in ben 42 anni. Modellare e fare propri i desideri degli utenti non e’ sempre facile ma canali educativi sull’enneagramma hanno dato la chiave corretta per un risultato piu’ veloce e meno difficoltoso. Sensibilizzare le persone, i ragazzi, i bimbi all’uso di una penna speciale è ora il mio obiettivo e ringrazio tutti quelli che hanno creduto in me.
di Alex Soravito
a cura della Redazione
Buongiorno e ben arrivata, siamo felici di averti qua, presso la nostra redazione, e abbiamo in mente di farti delle domande sulla tua passione di fotografa, su come è nata questa passione.
E la prima domanda è proprio: da cosa è nata la tua passione per la Fotografia?
Allora, io ho avuto un passaggio di testimone e questo passaggio del testimone avvenne da mio nonno, perché mio nonno, alla fine del 1800, era già al primo anno di fotografia: dal nonno al papà, e poi io. Quindi qualcosa del genere, la famiglia.
Un’altra domanda: in che settore lavori e che tipo di servizi offri?
Il mio settore professionale fa parte dell’impresa artigiana e il mio settore è specifico proprio della fotografia, anche se adesso si sta evolvendo in più ramificazioni, perché la fotografia ha diversi generi, e il mio genere specifico è il ritratto. Adesso ci sono molte videoriprese, quindi il videomaker, e sì, sono tenuta ad aprirmi a questi nuovi orizzonti, però nasco ritrattista.
Quindi ti piace in particolar modo fare ritratti?
Sì, perché la mia base, che è tutt’altro, come studi passati quindi un po’ stretta, non mi permetteva di sfociare verso questi interessi, quindi ho dovuto specializzarmi soprattutto anche con l’enneagramma, lo studio dei caratteri delle persone, e questo studio, che da più di 15 anni si sta evolvendo, adesso è un canale che mi permette più facilmente di raggiungere la persona e ottenere subito un risultato.
Qualli tra i generi di servizi che ti capita di fare preferisci?
Ovviamente il ritratto. Il sogno nel cassetto era quello dell’insegnamento, ma i miei studi non me l’hanno permesso perché ho fatto tutt’altro, infatti ho la Laurea in Scienze Bancarie che non c’entra niente, e adesso finalmente, dopo dieci anni, ho messo i remi in barca e ho realizzato il mio sogno, che è quello di insegnare fotografia.
Lavori sia in digitale che in pellicola?
Io nasco analogica, cioè con l’uso della pellicola, perché 42 anni fa, quando io rilevai l’attività di papà, la fotografia era solo analogica. Poi, nel 1998, ho iniziato col digitale: la mia prima macchina digitale era una Hasselblad, che in quell’epoca costava milioni, e adesso lavoro solo in digitale.
Sappiamo che svolgi dei laboratori anche con i ragazzi: perché questa scelta?
Come ho detto sopra, mi piace interfacciarmi con le nuove generazioni, perché imparo anche dai ragazzi. Ho visto che la fotografia è anche terapeutica, e quindi perché non scrivere con questo nuovo mezzo, che è l’immagine? E quindi ho chiesto se potevo fare questi corsi, e sono stati realizzati, non solo per me ma anche per altri.
Ne hai ricavato soddisfazione da queste attività con i più giovani?
Sempre, perché quando ti metti a confronto e quando cresci con la tua materia e con le persone con cui ti interfacci, hai sempre dei risultati positivi.
Così puoi anche approfondire la tua cerchia e la tua conoscenza del mondo giovanile?
Il “tam-tam” non so se è ancora esistente fra i ragazzi; so solo che i risultati che io vedo in loro sono quelli che io mi prospetto: che abbiano una buona conoscenza non tanto di come usare la fotografia, ma di come far uscire le proprie emozioni.
Qual è la cosa più strana che ti è capitata nel tuo lavoro?
Ogni giorno mi capitano cose strane, che scriverò prossimamente in due libri (che aspettiamo ndr.).
Non sono stranezze, sono non-conoscenze da parte di chi si interfaccia con me, che sembrano stranezze. E quindi le definisco così: non-conoscenze, cose strane.
L’ultima domanda è un po’ più scherzosa: ti piacerebbe fotografare il mostro del lago di Cavazzo?
Il famosissimo mostro del lago di Cavazzo… ho letto i diversi libri che sono stati scritti sull’argomento… Non so se ci si riferisce più all’immaginazione del lago di Cavazzo, che è un’immaginazione personale — quindi i mostri li abbiamo anche vicino a noi — oppure se veramente esiste questo mostro nel lago di Cavazzo, un mostro tipo Loch Ness.
E quindi perché no? Non temo nulla.
Non vedi l’ora di provare questa ebrezza di fotografare?
Certo, questa ebrezza la provo tutti i giorni, con i “mostri”, i “mostriciattoli” che vengono da me, che sono “in stato di piè” e poi sbocceranno in dimensioni diverse.
È stato un piacere farti questa intervista. Grazie.
A questo link potete vedere alcune foto realizzate per il laboratorio di fotografia tenuto da Emilia De Monte con i ragazzi a Tolmezzo.
