Montagna, memoria e futuro: un secolo di trasformazioni tra fatica, abbandono e rinascita
Dalla Carnia contadina e dura del primo Novecento alla montagna che oggi cerca un equilibrio tra natura, turismo e comunità. Cent’anni di cambiamenti raccontano non solo un paesaggio diverso, ma un nuovo modo di vivere e pensare.
di Youssef Makhlouf

Dimenticate il trekking figo e i filtri di Instagram: nel 1925, la Carnia era un mondo “hardcore”. La natura non era un panorama, ma una sfida quotidiana. I boschi erano la dispensa per la legna e i prati servivano tutti per il fieno; la biodiversità c’era, ma l’uomo dominava ogni centimetro per sopravvivere. Era una Carnia fatta di muri a secco, pascoli d’alta quota e una fatica che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare.
Oggi, un secolo dopo, la musica è cambiata. Se da un lato l’abbandono di alcuni borghi mette i brividi, dall’altro la natura si è ripresa i suoi spazi con una forza incredibile. I boschi sono più fitti e “selvaggi”, e la sensibilità dei giovani carnici è passata dallo sfruttamento alla tutela.
La Carnia del 2026 è un laboratorio a cielo aperto dove cerchiamo di bilanciare il turismo sostenibile con il rispetto per un ecosistema che, finalmente, respira di nuovo.
[Redazione]
Forse la vera sfida del prossimo secolo non sarà tornare indietro né correre in avanti, ma trovare un equilibrio. Custodire la memoria della Carnia del passato senza mitizzarla, valorizzare la natura che si è ripresa i suoi spazi senza abbandonarla di nuovo.
Perché la montagna non è solo un luogo: è una relazione. E sta a noi decidere se viverla da spettatori o da protagonisti consapevoli.
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