Cinquant’anni nel CAI e quattro spedizioni in Perù, Groenlandia e Pakistan, tra nuove vie, ritiri forzati e grandi conquiste.
Antonino Cella racconta imprese nate dal basso, autofinanziate con cartoline e sostenute dalla comunità. Dalle pareti del Nevado Sarapo ai ghiacci della Groenlandia, fino ai tramonti del Pakistan, il valore più grande resta l’amicizia che salva la vita e riporta tutti a casa.
di Angelica Dudaev

Gli alpinisti e le loro imprese hanno da sempre affascinato tutti noi.
Abbiamo l’enorme piacere di intervistare Antonino Cella di Paularo, un forestale in pensione molto attivo nel volontariato e da 50 anni nel CAI, ci racconterà le sue esperienze nelle partecipazioni a quattro storiche spedizioni alpinistiche internazionali in PERÙ, GROENLANDIA e PAKISTAN.
Ma come si organizzano spedizioni alpinistiche così impegnative?
Alle spedizioni a cui ho partecipato servivano soldi e noi cercavamo di finaziarci attraverso un piccolo commercio di cartoline che venivano vendute ad amici e parenti. Ognuno di noi si impegnava, arrivato nel Paese estero di destinazione a mandarle autografate al destinatario. Spesso però ci siamo sentiti dire che non ci davano soldi per andare in vacanza: non ne capivano l’importanza.
Perché era importante?
Tutte le spedizioni sono state importanti ma la prima del Nevado Sarapo (Perú ndr) è stata voluta dalla gente carnica. Era la prima volta nella storia dell’alpinismo che un gruppo proveniente dalle nostre montagne era in grado di affrontare la difficile parete delle Ande. Quando ci riuscimmo la soddisfazione fu tanta.
Quali sono i principali obiettivi di queste spedizioni?
I principali obiettivi sono quelli di ritornare a casa avendo conquistato una cima o avendo aperto una nuova via. In secondo piano l’obiettivo è far conoscere quei territori e quelle culture molto lontane da noi alla nostra gente.
Chi avete contattato ?
Per la spedizione in Perù Celso Salvietti (capo del CAI a Lima) , per la Groenlandia Pais Becker (capo spedizione), Per il Pakistan Da Polenza.
Si nasce o si diventa alpinisti?
Alpinisti si diventa, frequentando la montagna in modo consapevole e rispettando l’ambiente e la cultura locale.

Hai conosciuto importanti alpinisti?
Sì, parecchi. Mauro Corona, Sergio Martini, uno dei primi a scalare tutti gli 8000, Romano Benet e Nives Meroi, e Sergio De Infanti.
Come sei entrato a fare parte di queste spedizioni alpinistiche ?
La regione aveva organizzato un corso roccia per le nuove guardie forestali. L’ insegnante era Sergio e da lui ho imparato le prime tecniche dell’arrampicata. Successivamente con lui ho partecipato ad alcune spedizioni che mi hanno consentito di vedere montagne, ambienti e montanari di altre parti del mondo.
Com’è andata la prima spedizione?
Nella prima spedizione l’intento era aprire una via alpinistica che restasse nella storia. Era una spedizione molto importante perché si voleva dimostrare che i carnici avevano le capacità di affrontare le Ande. Fu deludente, perché dovemmo fare dietrofront di fronte a un saracco strapiombante impossibile da chiodare, scalammo però 6 cime minori. Ci riprovammo l’anno dopo, nel 1982 e stavolta ci riuscimmo.
Una grande soddisfazione che hai avuto?
L’ incontro con il presidente Pertini dopo la spedizione Veneto-friulana in Groenlandia. Scalammo cime inviolate e una venne dedicata a lui. I veneti gli erano molto legati visto che in estate soggiornava in Cadore. Lo incontrammo a Selva di Val Gardena e ci ringraziò molto. Quel giorno lo ricordo con immensa emozione.
A che ricordi sei più legato?
Ho amato gli spettacolari tramonti in Pakistan ed è proprio lì che ho capito l’unione del gruppo quando una mattina non mi svegliai a causa di un edema celebrale in corso. I miei compagni rinunciarono alla salita della vetta per riportarmi a valle. In Groenlandia invece ricordo la notte in cui l’ Italia vinse i mondiali in Spagna. Potemmo seguire la partita grazie a un radioamatore cadorino. Del Perù ricordo il silenzio e l’immensità delle vette.

A questo link potete vedere la galleria fotografica completa.
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