Rimettiamoci in gioco

Dalla scuola al territorio: un progetto per ricostruire la comunità

Il progetto “Rimettiamoci in Gioco”, nato in Carnia dopo la pandemia, punta a ricostruire il dialogo tra giovani, associazioni e comunità. Attraverso incontri in classe e momenti di confronto diretto con volontari, l’iniziativa offre agli studenti uno spazio di ascolto, espressione e partecipazione attiva.

I risultati sono incoraggianti: molti studenti apprezzano il metodo partecipativo e alcuni scelgono di continuare l’esperienza anche fuori dalla scuola. L’obiettivo per il futuro è ampliare il progetto, adattandolo sempre più alle esigenze dei giovani. 
La speranza è che esperienze come questa possano formare cittadini attivi, capaci di contribuire alla comunità.

Nicol dell’Anffas, Petra e Angelica di Redazione Provvisoria, Gigi

Abbiamo con noi Gigi Fasolino e approfittiamo della sua presenza per porre alcune domande sull’attività legata al volontariato e alla cittadinanza attiva sul territorio della Carnia. 
Buongiorno Gigi, grazie per essere qua.
Come è nata l’idea del progetto “Rimettiamoci in Gioco” ? Quali bisogni dei giovani volevate affrontare?

Più che i bisogni dei giovani, volevamo, con le associazioni che hanno avviato questo progetto, comprendere le visioni dei giovani.
Il progetto nasce post pandemia da un gruppo di associazioni facenti capo al CTA della Carnia, Coordinamento Territoriale d’Ambito, all’interno di un’organizzazione gestita dal CSV, che è il Centro di Servizio al Volontariato, e alcune associazioni che avevano già preso parte a progetti di incontro delle scuole di sensibilizzazione alla cittadinanza attiva si sono ritrovate per dire “rimettiamoci in gioco”, rimettiamo le mani in pasta e cerchiamo di tornare a dialogare con i giovani, perché dopo l’esperienza di due anni di Covid si era proprio sfilacciato questo tessuto comunitario e anche di collegamento, di connessione tra i giovani, gli adulti, le associazioni generali, la comunità tutta. Quindi nasce per questo bisogno, ma rispetto ai giovani questa volontà, di conoscerli, di riconoscerli.

Concretamente il progetto come aiuta i giovani ad avvicinarsi al volontariato e alle associazioni? 
Nel concreto gli incontri si svolgono nelle classi e si vuole, diciamo, riflettere insieme ai ragazzi qual è il senso e il livello di conoscenze che hanno del mondo del volontariato, trovare insieme a loro, come dire, un filo comune sul quale poi andare a dialogare sugli incontri successivi. Incontrano anche testimoni, cioè volontari di associazioni, li incontrano direttamente in classe, partendo anche da quelle che sono le loro esperienze, pure dei giovani, e le loro aspirazioni, piuttosto che passioni, e poi si tirano le fila. In realtà l’aiuto forse è proprio nel farli dialogare anche tra loro, anche il metodo è quello del circle-time, si sta in cerchio, ci si conosce, per far sì che i ragazzi si parlino tra loro e parlino con un mondo adulto che non è quello della scuola, è un mondo però del territorio che loro vivono durante il resto del giorno.

E grazie a questi incontri quali cambiamenti avete potuto osservare nei ragazzi che partecipavano a questa attività? 
Il fatto che siano solo tre incontri non ci facilita un’osservazione di questo tipo, però diciamo che dai questionari che poi somministriamo alla fine dei tre percorsi notiamo tanto apprezzamento, ovviamente non tutti sono contenti, ma la percentuale è altissima di chi apprezza la possibilità proprio di lavorare in democrazia all’interno della classe, quindi c’è chi dice che sono stati “solo” tre incontri, quindi in realtà non sappiamo se li aiutiamo o no, e che riscontri si possano poi avere. Quest’anno che, come dicevo prima, abbiamo proposto ai ragazzi di partecipare anche fuori, una risposta l’abbiamo avuta, una decina di persone hanno deciso di aderire, quindi non sentiamo di dare nessun tipo di aiuto nello specifico, poi i ragazzi aiutano se stessi in un modo in cui si sentono liberi di confrontarsi. 

Ricordi un episodio, un’esperienza significativa che rappresenta lo spirito di questa iniziativa? 
Sicuramente l’incontro con i volontari è quello più significativo, perché c’è veramente, al di là della presenza degli educatori in classe, un dialogo diretto e potrei citarne moltissimi, però se devo citarne uno in particolare, mi riferisco a quest’anno: quattro ragazze della vostra età che escono da scuola, vengono a fare un’attività proposta, si mettono in gioco, in ascolto di persone con disabilità che gli hanno insegnato, nel caso specifico, a costruire delle cose, fare dei lavori manuali, ecco quello credo che sia stato l’apice di questi due anni di percorso.

Che ruolo hanno le associazioni del territorio che avete coinvolto all’interno del progetto? 
Hanno un ruolo attivo, nel senso che il progetto lo hanno costruito, quelle che poi hanno aderito al progetto in seconda battuta, lo hanno attivo nel proporre le loro testimonianze, le loro modalità, le riflessioni che portano, oppure nelle attività che propongono nell’extrascuola, quindi il ruolo attivo, di grande collaborazione, di dialogo, in un tavolo che si ritrova mensilmente per fare il punto non solo su questo progetto ma su tutte le questioni legate al loro vivere associativo. 

Si è appena concluso quest’anno di attività, secondo te, facendo un po’ un resoconto di quello che avete fatto, cosa manca ai giovani per sentirsi più coinvolti nella comunità o nel volontariato? 
Anche in base ai questionari, perché una delle domande è cosa ti manca, cioè cosa ti spinge e cosa invece ti blocca nel fare volontariato? Sono tante le paure, la paura di esporsi, la paura di essere giudicati dai pari che li raffreddano, e questo sul piano emotivo, sul piano della vita, del quotidiano, e questa è una cosa che forse ci fa più male, perché poi quando in realtà si liberano di queste paure vengono fuori delle meraviglie assurde. E poi manca lo spazio, non ci sono spazi, quello che denunciano loro, sempre attraverso gli incontri, i loro scritti, le loro riflessioni, mancano gli spazi fisici di incontro, che non siano l’osteria, che non siano i bar, dove poter anche stare, perché il tema non è sempre quello del fare, il tema è lo stare, cioè insieme in una relazione libera, svincolata da tante cose, tante sovrastrutture da cui siamo sommersi tutti, ecco questa è una cosa che emerge molto. 

Quali sono i prossimi sviluppi del progetto? 
Siamo in conclusione di quest’anno, l’idea è di riproporlo e di evolverlo, partendo dai feedback ricevuti dai ragazzi, provare sempre a trovare le modalità che si declinino meglio, che si adattino meglio ai ragazzi, partendo dalle loro considerazioni, quindi modificare le attività mantenendo sempre lo stesso metodo di intervento, ma andando a proporre delle attività che facilitino maggiormente il dialogo, l’espressione, quindi anche attraverso l’arte, attraverso molte cose, adattandosi, adattandoci e rendendo sempre più attive anche le associazioni, facendo sì che entrino nel progetto anche con proposte di attività, quindi cercando di migliorare sempre e di trovare un’efficacia sempre maggiore nel dialogo e nel confronto.

Per concludere, una domanda sul futuro: immaginiamo tra dieci anni uno studente che ha partecipato alle vostre iniziative, cosa speri che stia facendo, anche grazie a quello che ha vissuto grazie a voi? 
Tra dieci anni…, in un’esperienza come questa, ma di dieci anni fa ormai, ho avuto la fortuna di avere ragazzi coinvolti, ti posso dare questa risposta in maniera retroattiva, nel senso che quando dieci anni fa un progetto simile a questo veniva portato a scuola e c’era più partecipazione, c’erano meno social, c’era un altro approccio dei ragazzi alla vita aggregativa, mettiamola così, eravamo riusciti a mettere insieme un gruppo di ragazzi, attorno a una dozzina, diciamo tra 18 e 20 anni. Ecco, dieci anni dopo, questi ragazzi, tanti lavorano nel sociale, tantissimi fanno volontariato, sono impegnati politicamente, in maniera attiva. Però l’esperienza, al di là dei tre incontri in classe che hanno fatto, negli anni successivi al progetto, li ha portati dove sono.
Credo che voi, come gruppo, che vi incontrate, che vi vedete così spesso, costruite cose, costruite idee, costruite contenuti anche, perché poi il tema è quello dei contenuti, possiate tra dieci anni spendervi per la vostra comunità. Ecco, quello che posso dire io è che, appunto, l’esperienza, l’allenamento, allo stare insieme, semplice, già in giovane età, al di fuori della scuola, al di fuori dello sport, in contesti come questi, di dialogo, di confronto, di crescita, allora si cresce come dei cittadini che sapranno dedicarsi ad altri cittadini, ad altre persone più o meno giovani.

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